La via dell'Arcangelo

 


Autore: Sergio Costanzo

Titolo: La via dell'Arcangelo

Trama: 795 d.C.: sull’isola di Hibernia (l’attuale Irlanda), Flann il Rosso e Bren lo Scuro, due fratelli orfani di madri diverse, conducono la vita dura dei pescatori fatta di «mare e dannazione». Non conoscono altro mondo che quello: il movimento del sole e le feste tradizionali segnano il loro tempo. Ma questa esistenza tanto difficile quanto rassicurante non può durare: Flann è tormentato da visioni misteriose che lo fanno contorcere e urlare in una lingua sconosciuta. A ogni crisi il padre Gilroy lo lega con lacci di cuoio e gli riempie la bocca di stoffa, ma un uomo folle e forse maledetto dagli dèi non è il benvenuto nel villaggio. E anche Bren non è davvero al sicuro: come Gilroy sa leggere e scrivere, attività vietate dai druidi. Alla fine, i due fratelli prendono il mare, inseguendo una visione: la via dell’Arcangelo, che la tradizione vuole tracciata da un colpo di spada di san Michele. Si imbarcano per un lungo viaggio che attraversa il territorio dei franchi e le terre italiche, toccando le chiese e i monasteri dedicati al santo, incontrando pirati e sapienti, monaci e principesse. Fino ad arrivare a Gerusalemme e poi nel deserto, dove la verità sulla «follia» di Flann attende di essere rivelata. In questo romanzo avventuroso e profondo, sospeso tra terra, cielo e mare così come lo è il viaggio dei suoi protagonisti, la tradizione celtica si confronta con quella germanica e poi con le grandi fedi. Al centro, la figura chiave di diverse religioni, il potente ed enigmatico Arcangelo Michele: il viaggio di Bren e Flann è destinato a portare alla luce misteri millenari che ancora ci interrogano.

Prezzo di copertina: 21,00 euro

Recensione.

Questa lettura mi ha conquistato dalle sue primissime battute, ancorandomi a sé con una potenza quieta e la promessa di una storia indelebile
Un romanzo di misteri, viaggi e fedi. Di rune e di una magia antica che rimane sospesa, di leggende che hanno radici forti in tutto il mondo ma che vengono raccontate, poi, in maniera diversa. 
La via dell’Arcangelo è una scoperta, di se stessi, degli altri, di cosa ci circonda e di quello che si cela oltre l’orlo di ciò che conosciamo
Siamo nel 795 d.C. sull’isola di Hibernia (conosciuta ora come Irlanda), nella piccola baia di Killemlagh: sospesi tra mare vasto e boschi fitti. In questo pezzo di terra nebbiosa e un po’ desolata, quasi al confine con il mondo conosciuto, prende inizio la nostra storia. 
La baia e i suoi abitanti sembrano vivere in un limbo in contrasto: da una parte abbiamo le antiche pietre dei druidi, la forza di innumerevoli déi antichi e giusti, le tradizioni di fuoco, sacrifici e sangue; dall’altra troviamo una nuova religione, portata dai monaci pelati, dove esiste un solo Dio dei romani, misericordioso e vendicativo che sembra promettere la vita eterna. 
Con questa ambientazione densa ci imbattiamo nei nostri protagonisti, il clan dei Mac Egan, i maledetti di Killemlagh, quelli evitati, disprezzati, denigrati dagli altri. Gilroy, il padre, amante delle scritture, solo, turbato. E i due figli, avuti da due donne differenti i cui destini sono sfumati nella tragedia: il primogenito Bren lo Scuro e Flann il Rosso, che fin da piccolo è tormentato da visioni incomprensibili che lo fanno agitare e comunicare in una lingua sconosciuta… ed è proprio per questo che il villaggio non lo accetta. Ci inseriamo nella loro quotidianità dura e impariamo a conoscerli. Le mani ruvide per la pesca con i propri currach, le barche, i fuochi accessi, le passioni notturne, il lavoro nei campi, la cerimonia del fuoco di Beltane. Vediamo le stagioni passare e celebrare le feste degli déi.
Eppure, la vita dei tre è costellata da solitudini impossibili da spezzare, finché la profezia di un vecchio druido indica loro cosa debbono fare. E qui le visioni di Flann si fanno più intense. 
“Tehalakh b’saypa d’nura. Atara ayna Mikhayel". Cerca la spada
Il momento della partenza si avvicina: i due fratelli devono abbandonare la baia e partire con i loro bastoni di tasso, croci intagliate e ciondoli pagani. Flann ha visto l’enorme spada di fuoco tracciare la loro rotta, il percorso è decretato: la prima tappa è l’isola di Michele, situata li vicino. 
La prosa è elegante e piena. L’autore non ha nessuna difficoltà a rendere le parole vive, riuscendo a darci un tripudio di sensazioni intense, a volte delicate e quasi impercettibili, altre volte ci cascano addosso con furia. E qui viviamo l’ignoto, un orizzonte di terrore e avventura, che schiuma feroce dove i nostri protagonisti saranno in balia di eventi colossali
Lo scombussolamento iniziale è forte e destabilizza, certo, ma è anche una cosa meravigliosa: Bren e Flann scoprono che il mondo è molto più ampio di quello che credevano. Sconfina in territori diversi, viaggia in mari mai quieti, attraversa montagne, colline, città e non si ferma, mai, mai. La bellezza di un creato che finalmente si può toccare con mano. 
Mi piace moltissimo l’accenno che l’autore pone sul rapporto dei due fratelli. Prima quasi estranei che condividono un legame con il padre, ma durante il viaggio si scopre un affetto genuino e profondo che li ancora l’uno all’altro. I due fratelli sono partiti per cercare risposte: ma dove trovarle? E che forma avranno? È tutto annidato da un alone di incertezza che rende l’impresa ancora più intensa: Flann sente il bisogno viscerale di andare avanti e Bren lo segue, scoprendosi assetato delle meraviglie in cui si imbatteranno. 
Flann adora disegnare le spirali che lo seguono, dandogli pace o agitazione, e imparerà a scolpire la pietra. Bren dall’altro canto, inizierà a scrivere, leggere, assorbendo parole antiche che sono giunte fin a lui. L’avventura è sospesa tra sacro e profano, questa dualità si riscontrerà in altre moltissime cose durante il loro cammino, riflettendo anche un contrasto insito nei personaggi che incontreranno.
Vichinghi, monaci, sangue e canti, dolore e pace, studiosi e ambasciatori di re. Tutto urla fragilità e violenza, in un’incessante lotta. 
L’autore riesce a scolpire bene le emozioni intrappolate dentro i nostri protagonisti, dubbi, incertezze, scoperte magnifiche e contatto con popoli e culture differenti. E ancora, smarrimento, conflitto, sollievo, fiducia, paura, sofferenza. È un mosaico vissuto e non possiamo distogliere lo sguardo
Tutto lentamente non fa altro che distruggere e ricostruire quello che si pensava di credere. Culture che si sfiorano e miti che si scontrano, religioni che hanno molti punti in comune… più di quanto si sia disposti a riconoscere. Dov’è la verità? È ramificata solo in un luogo? 
Il tumulto interiore dei personaggi riecheggia, un po’ disperato e un po’ avido di sapere. E vediamo da più vicino i nostri due protagonisti, diversi eppure simili. 
  • Flann è un uomo semplice che vive in un mondo complesso, rabbuiato, vede e sente cose che non si comprendono. Le crisi lo levigano e increspano, facendolo diventare profondo, contrastato, inafferrabile. Flann il Maledetto. Il sempliciotto. Il pazzo. L’incisore. Il Predestinato.

  • Bren, invece, si scopre desideroso di apprendimento. Studia i primi libri di Tolomeo e trova un nuovo scopo nella vita, oltre quello di accompagnare e proteggere il fratello. Bren il Solitario. Il pescatore. Il copista. Il Maestro
La spada di fuoco è il loro destino ed è inarrestabile. La via tracciata dall’arcangelo, che ha lottato contro il drago, il male, una linea lunga e profonda che solca terra, mare, monasteri. 
Il viaggio che li farà compiere è incredibile, visiteremo una miriade di luoghi propri con personaggi peculiari: i monaci dell’isola di Michele, Tech Duinn dove dimorano i morti, la terra degli Angli, terra franca di Lutetia parisiorum, Aquisgrana, e il monte sacro di San Michele. E ancora cammineranno sul monte Pirchiriano, visiteranno la città senzadio di Pisa… 
La prosa si scopre evocativa e si espande tra le pagine, facendo emergere una storia dai dettagli nitidi, emozioni intense, sempre dinamica: come scogli desolati e poi dolce, come colline verdi e rigogliose. Per poi rigettarci nell’incertezza profonda del mare inquieto
Il silenzio di certi momenti, la pace interiore che scalda, il cielo nero trapuntato da stelle fisse che sono una piccola certezza in un mare che muta al più piccolo soffio. E gli incontri decisivi durante il viaggio, con personaggi che danno qualcosa ai nostri due fratelli: il monaco Jokin, fratello Wibo, il monaco Cristobal, il vichingo Stig, l’astronomo Dungal, la cola principessa Rotrude, un cieco fermo ai piedi di una montagna, lo studioso Al-Fazari. Tanti, incontrati in momenti differenti di un viaggio che muta sempre forma, i nostri due protagonisti impareranno tanto, assorbiranno sia dagli insegnamenti altrui che dalla pura esperienza del loro lungo, lunghissimo, cammino; come ad esempio a fidarsi poco, anche di gente che professa una religione di pace ma che non è immune alle avidità e gelosie umane. 
Dunque, appare chiaro, che la bellezza intrinseca del romanzo è stupenda e si insinua nel cuore del lettore in modo disarmante. La ricca conoscenza dello scriptorum, il terrore viscido che si prova sulle forti navi danesi, l’allegria che riflette su un fiume benedetto, luoghi sereni e altri pieni di lavoro, in costruzione. Tuttavia, i tempi di pace, di operosità e conoscenza vengono sempre frantumati dalle visioni violente di Flann, e spingono i nostri due fratelli a dover riprendere la strada, a dover continuare a srotolare il mistero che li chiama a sé. E i nostri due protagonisti vanno avanti, con calma, imbattendosi in villaggi, usanze, vite, calore. 
Ma qui bisogna essere più circospetti: sono entrati nelle terre governate da Re Carlo, cristiano che impone il battesimo e dove i pagani non sono veduti di buon occhio. I dubbi macerano mentre le consapevolezze penetrano a fondo in Flann e Bren: possono ammettere finalmente che Killemlagh, sebbene fosse casa, li stesse lentamente uccidendo. Questa missione, improvvisamente, prende una portata ancora più grande e si avverte in modo acuto, soprattutto in sfondi di grandi templi ricchi di immagini, luci, colori. 
Nel romanzo vedremo come muta anche la natura degli uomini, dove bene e male si mischiano, dove la fede può essere uguale solo con un punto di vista differente. Ma viene anche percepito come le religioni mutano e si solidificano nei luoghi e nelle persone: coercizione, curiosità, paura, adattamento. 
Flann e Brann hanno imparato una grande e taciuta verità: non esiste un dio sbagliato, il bene e il male è frutto dell'uomo
Ci sono in diversi punti della trama dove la certezza che la storia pagani e angeli cristiani sia molto simile, un ripetersi di avvenimenti che fa propri alcuni piccoli cambi. E i fratelli, legittimamente, si domandano: se tutto sia simile perché qualcuno dovrebbe avere più ragione di un altro? 
Al centro di tutto c’è la figura mistica, possente e mai solida, di Michele. Colui che guida gli eserciti celesti, combattente, protettore, fiero che sconfigge il male. Michele è presente nelle tre religioni monoteiste principali: cristianesimo, islamismo ed ebraismo. Una figura che pare unire, come un ago affilato, religioni e credi differenti. E man mano che i nostri due fratelli vanno avanti conosceranno, comprenderanno e scopriranno nuove sfaccettature di questo angelo. 
Le visioni di Flann mutano, da violente diventano dolci sussurri, spinte decise ma lievi verso qualche parte, e la sensazione di starsi avvicinando al cuore ingarbugliato della matassa diventa reale. 
Eccoli, finalmente, dopo due anni di viaggio, approdare in Oriente. Diverso, intenso, colorato, di deserti, di calura insopportabile, di vesti piene di veli. I nostri due fratelli giungono a Damasco, qui palazzi opulenti, canti del muezzin, spie, califfi, principesse. 
E prima della fine tutto si ribalta, nuovamente. Le certezze vengono annientate e nuovi dubbi, aspirazioni, idee prendono il sopravvento come tanti fili il cui intreccio ci è ancora precluso, ma possiamo già sentirne i bordi. Spirali che diventano ali, promesse, semi piantati che forse un giorno avranno dei frutti
La Via dell’Arcangelo è un viaggio emotivo e come i sue due protagonisti alla fine non saremo più gli stessi di quelli che hanno iniziato l’avventura. C’è un intreccio di storie, di vite, di struggimenti e di desideri volati via. E ci rendiamo conto che la parte importante non è arrivare ma vivere il viaggio, decostruirsi, lo scoprirsi e toccare differenti realtà, interrogandosi, dubitando e credendo. È ciò si inizia a vivere appena si mette piede in un territorio sconosciuto, dove il pericolo e la meraviglia ti attendono quatti nel tragitto. E forse, alla fine troverai te stesso come mai l’avevi conosciuto. Bellissimo.

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