Per amore dell'Antico
Autrice: Lavinia Fonzi
Titolo: Per amore dell'Antico
Trama: Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, è l’uomo che ha osato sfidare la Storia. Per alcuni un visionario illuminato, per altri un saccheggiatore senza scrupoli. Nominato ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano mentre l’ombra di Napoleone si allunga sul Mediterraneo, Elgin approda in Grecia con un progetto ambizioso: studiare e salvare i capolavori dell’antichità. Ma ciò che inizia come una missione culturale si trasforma in un’impresa colossale. Tra rovine saccheggiate, tempeste in mare, trattative segrete e operazioni al limite della legalità, le sculture del Partenone vengono smontate e imbarcate verso l’Inghilterra. Poi il destino cambia rotta. Sulla via del ritorno, mentre l’Europa brucia e Napoleone ridisegna il continente, il Lord conosce l’umiliazione, l’isolamento, il sospetto. E quando finalmente torna in patria, lo attendono debiti, scandali e accuse. Eroe o predatore? Salvatore dell’arte o simbolo dell’arroganza imperiale? "Per amore dell’antico" è un grande romanzo storico d’avventura e potere, ambientato nell’epoca più turbolenta d’Europa, e racconta la storia di un uomo disposto a perdere tutto pur di conquistare l’eternità.
Casa Editrice: Vallecchi Firenze
Prezzo di copertina: 20,00 euro
Recensione.
Per amore dell’antico è una biografia romanzata sulla vita e la storia di Lord Elgin, diplomatico britannico reso celebre per il dibattito riguardante quelli che vengono comunemente definiti i Marmi di Elgin.
Un libro che abbraccia l’interezza della vita del suo protagonista, con una fornita bibliografia e la capacità dell’autrice di attenersi alle fonti storiche, dandoci un ritratto vivido del Conte Elgin che pare fuoriuscire dalle pagine. Ma procediamo con ordine.
L’infanzia di Thomas Bruce passa tra lutti e quotidianità serena in Broomhall House, in Scozia, nel castello di famiglia, dove fin da giovanissimo Thomas avverte sulle spalle il peso di grandi responsabilità nei confronti della propria casata e famiglia, in quanto futuro Conte Elgin.
L’incontro fondamentale con il suo tutore, lo zio Lord Bruce che lo porta con se nella sua tenuta per poter frequentare la scuola in Inghilterra, dove scopre l’amore per il latino e il mondo antico.
Thomas cresce bene nonostante la sua salute cagionevole, studia nella più prestigiosa università scozzese ed è proprio qui scopre il suo primo approccio con la lingua e storia greca. Sentiamo bene come il nostro protagonista rimanga semplicemente folgorato dal mondo antico, che sembra schiudersi con trepidazione davanti a lui, ne avvertiamo in modo potente l’euforia e la tanta curiosità che vuole essere nutrita. Strade promettenti si spalancano davanti a lui, studia diritto, viaggia in Europa, viene eletto nella Camera dei Lord e trova che il lavoro di diplomatico si confà bene al proprio carattere.
La prosa è immersiva, pulita e capace, ci riesce a catturare in modo immediato con la sua franchezza e abilità di presentarci gli eventi in modo intrigante. Una volta iniziato non si vuole mettere giù.
Alla fine del Settecento la svolta e forse anche la condanna, anche se ancora non lo sa: diventerà ambasciatore presso la Sublime Porta, a Costantinopoli. È un momento fondamentale nella carriera giovane di Elgin, si spalanca di fronte a lui l’Oriente.
Adoro come l’autrice riesca ad incorporare alla storia tanti piccoli dettagli che arricchiscono l’intera vicenda, rendendola ancora più vivida. Non solo personaggi storici fondamentali alla trama, ma sto parlando proprio di chicche storiche più disparate, dai dettagli degli abiti dell’epoca, alle danze, alle conversazioni. Riesce a contestualizzare le scene in modo coeso e frizzante.
Poi l’incontro con Mary, la folgorazione, il matrimonio e l’affetto che si istaura tra i due. Mary, o Poll come viene chiamata , si presenta vivace, intraprendente e adatta per essere la compagna di un ambasciatore.
Il nostro Thomas, intanto, ha un talento innato per la diplomazia, saper navigare tra compromessi politici, un linguaggio raffinato e una compostezza che riflette il suo carattere. E qui di pari passo procede anche il suo amore profondo per il mondo antico che si intreccia abilmente con la sua esperienza da diplomatico. Infatti, Elgin entusiasta ha intenzione di finanziare una missione artistica: raccogliere un gruppo di artisti che possano prendere disegni e calchi dei monumenti della Grecia, riuscendo dunque a portare un’eco di bellezza alle persone che non possono visitare tali luoghi in prima persona. È un’idea che sboccia dall’amore per l’arte, genuina e sincera… ma prenderà dei risvolti totalmente inaspettati.
Nel frattempo i conti Elgin si adattano bene alla corte ottomana, nuova, fresca, peculiare. Mary sembra essere conquistata dalla città e affascina le autorità presenti, inserendosi bene nel contesto. Thomas, dal canto suo, trova problemi serrati legati alla sua ambasceria ma tenta di risolverli sempre con un approccio dignitoso e onorevole, aiutato anche dall’audacia della moglie e dall’imprevedibilità degli ottomani che al momento sembrano tendere per un’amicizia con l’Inghilterra. Probabilmente dettato anche dall’esigenza di creare una forte alleanza mentre in Egitto la guerra imperversa, rendendo ancora più aspro il conflitto tra inglesi e francesi. Infatti, in questo periodo la sua posizione di ambasciatore tra i turchi si solidifica ed Elgin riesce ad ottenere l’anelato Firmano che permetterà ai suoi artisti inviati ad Atene di continuare il loro prezioso lavoro indisturbati.
La penna dell’autrice qui è energica e riesce a trasmetterci bene l’entusiasmo che anima Thomas, i suoi successi incredibili e l’avvicinarsi della realizzazione di un sogno che l’ha sempre motivato. Non solo, anche il benessere familiare qui conosce un bel momento di tranquillità: l’affetto della coppia che adesso è contornato da diversi figli.
In tutto, senza mai dover essere evidente, si avverte la nitidezza con cui la scrittrice ci rende partecipi del desiderio di Thomas di fare bene il proprio lavoro, di rendere fieri e portare prestigio alla sua Casata. Lo fa con una genuinità e slancio commovente.
Nonostante l’ottimo lavoro svolto in ambasceria sia Eggy (Thomas) e Poll (Mary) iniziano ad essere pervasi da una malinconia di casa, il selvaggio verde della Scozia con la sua tranquillità ritirata. E dopo una serie di eventi, la famiglia giunge in visita ad Atene, una sorta di piccola vacanza per far migliorare la salute di Elgin e di poter finalmente toccare con mano le vestigi antiche che gli hanno sempre infiammato il cuore. Ed ecco, dunque, l’acropoli delinearsi all’orizzonte.
L’autrice qui è eccellente nel farci visualizzare bene l’incanto che deve aver avvertito Thomas nel trovarsi lì: la bellezza accecante di un’epoca che è arrivata fino a lui, le metope di un realismo incredibile, le sue colonne pregiate e le sculture dalle forme raffinate. E sebbene gli occhi siano piani di dettagli stupendi e particolareggianti, il nostro protagonista non può fare a meno di notare lo stato di degrado e poca cura dedicata a questi preziosi monumenti. Lo sconcerto con cui vengono abbattuti per essere utilizzati per altro è assai potente e qui si adopera, dunque, per prendere i marmi e preservarli, con l’idea di condurli in Inghilterra per poter essere sistemati in un museo, dove tutti avranno l’opportunità di vederli.
Malgrado ciò, nessuno di loro indubbiamente si immaginava la portata di eventi che ne sarebbe scaturita da lì a poco, aggiungendo un tono lugubre nel lungo ritorno verso la patria. Infatti, l’Europa è in procinto di una nuova guerra dove capeggia la figura complessa e ardita di Napoleone.
La narrazione si agita, riflettendo non solo gli umori che iniziano a rabbuiarsi ma anche un’atmosfera cupa che comincia a farsi scorgere all’orizzonte, come una tempesta inevitabile che si avvicina con tutti gli intenti di abbattersi furiosamente. La coppia Elgin ha iniziato il viaggio per tornare in Inghilterra, a fine del mandato di ambasciatore, e rimangono sconvolti nell’apprendere lo scoppio di un nuovo conflitto tra francesi e inglesi, e dunque in un sbigottimento cocente rimangono bloccati a Parigi come prigionieri politici.
Qui si avverte molto lo struggimento di voler tornare nella propria cara e quieta Broomhall mentre il rancore verso i francesi cresce. Poi l’abisso.
L’arresto e la carcerazione alla Fortezza di Lourdes che è il preludio di un periodo di ingiusto trattamento, di lontananze e incomprensioni, di tumulti e lutti, che ahimè cambieranno tutto.
Il romanzo è costellato di figure storiche dell’epoca e la Fonzi le presenta in modo tale da stuzzicare sempre la curiosità, tra cui Emma Hamilton e il celebre ammiraglio Nelson, Napoleone e il ministro Talleyrand, l’artista italiano Giovanni Battista Lusieri e la contaminazione di Lord Byron.
Ma al di là di tutto, uno degli aspetti di maggior pregio del romanzo è il talento dell’autrice nel riuscire a regalarci una visione di Thomas Bruce completa, evidenziandone i contrasti, i punti di luce e quelle penombre che lo rendono vivido, reale, vicino. Ai nostri occhi lo rende umano, con le proprie fragilità, dubbi, ambizioni e ingenuità; restituendo dignità ad una figura storica bistrattata aspramente e presa di mira.
Al nostro conte di Elgin attendono tempi bui, eppure, nonostante sia prostrato e trattato in modo indignitoso in lui arde una fierezza pacata che non gli permette di tradire i propri ideali. Così, rinnega la proposta del Console Bonaparte in merito alla sua collezione di marmi, che nel frattempo sta navigando verso casa. È una scelta che evidenzia in modo intenso la passione di Thomas per il mondo antico e la sua incapacità di cederla ad uomini privi di scrupoli. Credo che questa decisione dica moltissimo sul suo personaggio.
Gli anni passano, sormontati da scelte difficili e traversie personali non ancora del tutto sbrogliate. Thomas paga un caro prezzo pur di poter tornare in patria, firmando un Parole (che in sintesi attestava che se l’imperatore francese l'avesse voluto di nuovo come prigioniero francese lui sarebbe tornato) rendendo la possibilità di carriera in Inghilterra assai incerta.
In questo frangente si evidenzia l’ingenuità di Elgin su diversi aspetti, innanzitutto con il ritorno in patria non sboccia l’idillio tranquillo che aveva tanto agognato, piuttosto, si ritroverà ad affrontare nuovi e urgenti problemi: l’allontanamento della moglie, il lutto, le difficoltà economiche, il non saper dove poter collocare i marmi, in cui viene anche contestata se siano davvero opere del celebre Fidia. Una cappa di incertezza e sconforto si abbatte con prepotenza in lui.
Poi lo scandalo, che rovina la sua reputazione, esponendo vicende personali agli occhi di tutti… e non è nemmeno il peggio che dovrà accadergli.
In questo frangente devo dire che mi è piaciuto molto anche come l’autrice dia spazio alle figure femminili che ruotano intorno alla vita di Lord Elgin.
- Prima tra tutte Mary, vivace e spensierata, assai sociale, una forza per il marito. Sposati giovani, nel corso dei lunghi anni di matrimonio Mary inizia a risvegliarsi l’incertezza che l’aveva presa proprio il giorno delle sue nozze, un’incertezza che durante il periodo di prigionia in Francia si acuisce. E che si rovina in modo inevitabile portando poi al tradimento e al divorzio.
- Un altro anello portante è stato, ovviamente, la figura della madre vedova, Martha Whyte, donna austera e delicata, che per tutta la vita di Thomas, sia da piccino preso da nuove responsabilità e sia da adulto, ha accudito, difeso e amato in modo incrollabile, dimostrandolo rimanendo una certezza in una vita del protagonista che trema, trema e trema.
- Infine, arriviamo a lei, la giovane Elizabeth Oswald, figlia di uno dei collaboratori di Thomas. Lord Elgin ne rimane incantato, dall’intelligenza, delicatezza e dall’amore per la letteratura, ma soprattutto per la curiosità per l’antico che sembra entusiasmarla. Elizabeth diviene il pilastro fondamentale della sua vita, il porto calmo e accogliente in periodi assai orribili per il nostro protagonista.
La prosa è fluida e avvolgente, riuscendo a trasmetterci le irrequietudini, le piccole gioie e la disperazione cruda che viviamo nella storia, impattando con forza nel lettore attento.
Detto questo, vi invito caldamente anche a leggere la nota storica alla fine del romanzo, a questo riguardo vorrei spendere anche due parole sulla costanza e bravura della scrittrice nel lavoro di ricerca e studio che c’è dietro un libro del genere, riuscendo a portarci la figura storica di Lord Elgin più vera possibile. Lavinia Fonzi con la sua maestria e competenza nitida è riuscita a farci appassionare alla vita turbolenta di Thomas Bruce. Ne avvertiamo l’inquietudine mentre viene trattato ingiustamente male, lo sconforto che sbriciola lentamente la sua compostezza, il disagio e la frustrazione di come il governo britannico lo tratti dopo che si è adoperato tanto per il proprio paese.
La passione per il mondo antico si avverte in tutta la durata del romanzo (e dunque nell’interezza della vita di Elgin), un punto di riferimento che gli ha dato grande soddisfazione e non pochi problemi. Eppure, quando riesce ad aprire al pubblico la visione dei marmi molti ne rimangono affascinati per la delicatezza e pregio delle sculture, della grandiosità che è un eco lontano di una terra antica che adesso possono guardare e toccare con mano.
Lord Elgin tenta di poterle valorizzare al massimo ed è qui che ci addentriamo in acque agitate: Elgin ha fatto bene ad appropriarsi dei marmi e condurli in patria per dargli il valore meritato? O c’è un fondo di verità nel dipingerlo come un predatore egoista che ha fatto ciò che ha potuto in concomitanza anche con il suo lavoro influente all’epoca di ambasciatore?
È un quesito spinoso, che viene rovinosamente accentuato anche dai “nemici” di Lord Elgin, dove capeggia Lord Byron che con la sua opera Childe Harold’s Pilgrimage che è contro le azioni del nostro protagonista, definendo il suo atto a dir poco vandalico, in quanto ha spogliato volutamente la Grecia della sua grande eredità. La celebrità di Lord Byron pesa sul successo dell’opera e dunque le maldicenze fioccano molto velocemente, ed Elgin si trova nuovamente al centro di un agonizzante ciclone.
L’autrice ci conduce dentro gli eventi e siamo testimoni delle difficoltà, delle beffe e del costante e stancante impegno di Thomas che mette nella questione marmi, a cui non ha mai rinunciato. Il desiderio forte di un uomo un po’ sognatore che tenta con i mezzi che ha ritenuto opportuni per preservare queste opere.
La questione viene acutizzata da alcuni elementi che portano a sfavore di Elgin: innanzitutto il suo essere visto come un predatore privo di scrupoli, la questione del British Museum che tenta di comprare le opere ad un prezzo assai riduttivo dei costi che lo stesso Elgin si è sobbarcato per far arrivare i marmi in patria e dalla anelata e ottenuta indipendenza della Grecia, che evidenzia la volontà di voler occuparsi del proprio territorio e di ciò che è stato brutalmente sottratto senza che potesse fare qualcosa.
Una questione che infervora in realtà ancora oggi, in quanto la Grecia chiede la restituzione di tali opere al British Museum, sostenendo l’invalidità di una sorta di acquisizione legale. Il dibattito contemporaneo ha schieramenti agguerriti da ambo le parti, con tesi valide… ma si inseriscono in un contesto molto più largo e complesso di una sola opera.
E qui torniamo con forza ad una domanda che il romanzo ci pone: c’è qualcuno che può possedere la Bellezza? È una questione che riecheggia costantemente tra le pagine e non ha una risoluzione. Forse il fascino insito di una tale domanda risiede qui: nell’impossibilità di dare una risposta che accolga tutto il non detto. Romanticamente sarebbe bello poter dire che la Bellezza delle arti appartiene a tutti ma la realtà è molto diversa dagli ideali. Credo che dovremmo guardare la prospettiva con occhi anche dell’epoca, non per giustificare, ma per comprendere davvero cosa abbia spinto Lord Elgin a non demordere in questa epocale impresa, che gli costerà tutto. Che sia stato giusto o sbagliato, credo che le intenzioni di Thomas siano state davvero animate dall’amore per l’antico. E ci lascia un po’ l’amaro in bocca sapere cosa abbia dovuto affrontare dopo, proprio nel ritorno in patria, Elgin viene preso di mira ed esaltato come simbolo di qualcosa che all’epoca veniva usualmente fatto da molte, molte persone.
In questo clima che Thomas si trova ad affrontare, dopo diciassette anni cede la vendita al museo anche per i troppi problemi in cui vessano le sue disastrose finanze, che li espone ricavandone un successo strepitoso. Ma i riconoscimenti verso Elgin sono esigui, spesso contaminati da cattiverie e sottigliezze volte a sminuire tutto, la sua reputazione ne è ormai irrimediabilmente infangata. Questa risoluzione stringe il cuore anche al lettore, che ha attraversato insieme ad Elgin le intemperie e burrasche della sua vita, l’inizio di una promettente carriera colata a picco da tanti avvenimenti che si sono crudelmente intrecciati.
Per Amore dell’Antico è un romanzo straordinario che ci dà la sensazione di vissuto, non solo della vita serena e travagliata del suo protagonista e dei personaggi che gli girano intorno, ma ci fa intravedere un potente squarcio dell’epoca, toccando un dibattito ancora accesso che viene riflesso dalla mentalità odierna. L’autrice ci ha portato un Thomas Elgin completo, senza condannarlo o graziarlo, lasciando a noi i preziosi elementi per farcene un’idea consapevole. Una scelta che per me merita tutto.
Chiudiamo il romanzo con un miscuglio di sentimenti che non è facile spiegare, soprattutto perché non è una storia di fantasia, ciò che è accaduto è stato reale. Lavinia Fonzi ha svolto un lavoro incredibile in quest’opera, emozionandoci e rendendoci partecipi del destino di Thomas Bruce fino alla fine.

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