La casa dimenticata
Autrice: Pegah Moshir Pour
Titolo: La casa dimenticata
Trama: Sua madre vuole che Farah vada via da Teheran. Per lei questo è l'unico modo per costruire un futuro. Farah, invece, immagina un Iran diverso, libero, e vuole restare. Non scappare all'estero come ha fatto suo nonno. Non le è chiaro il motivo per il quale sia partito: sua madre non ne vuole parlare. Lo scopre soltanto quando la nonna le dice dove trovare una chiave misteriosa. La chiave di una casa dimenticata, piena di polvere: quella in cui abitava il marito. Lì, un baule custodisce un tesoro: un vecchio diario, libri, riviste e documenti che raccontano le azioni di un gruppo di donne e di uomini che credeva nella libertà di pensiero. Quella che in Iran oggi manca. Farah decide di essere coraggiosa. Non solo inizia a scavare nel passato disobbedendo alla madre, ma apre la porta della casa a due donne e ai loro bambini. Donne con storie differenti, ma accomunate dallo stesso desiderio di libertà. Donne che vogliono qualcosa di diverso, che non hanno paura della parola resistenza. Farah sente finalmente di avere uno scopo. Eppure, c'è un segreto più pericoloso della violenza della polizia e delle esplosioni che fanno sgretolare l'intonaco del soffitto. Un segreto che riguarda il nonno e sua madre. La sfida, per Farah, è accettare che le rivoluzioni più difficili da scatenare sono quelle che cambiano noi stessi.
Casa editrice: Garzanti
Prezzo di copertina: 17,90 euro
Recensione.
La casa dimenticata è uno di quei romanzi che sa scuoterti con la sua forza quieta e dignitosa.
L’autrice riesce a dare voce alle donne iraniane in un modo fantastico. La storia prende la sua scintilla dal desiderio atroce e mai sbiadito della protagonista, Farah, di conoscere le proprie radici, facendo luce sui segreti della sua famiglia che le pesano addosso in modo informe.
Siamo a Teheran, nella Repubblica islamica, prima di morire la nonna di Farah la indirizza su qualcosa di segreto: una chiave dimenticata, pesante e arrugginita insieme ad un indirizzo che ci porta in una Teheran totalmente diversa da quella dove vive la madre di Farah. Non più borghi curati e ricchi, dal sentore cosmopolita, adesso siamo in una zona di città rattoppata, affamata, silenziosa.
Qui, Farah scoprirà la casa segreta, piena di misteri rimasti a prendere polvere in un baule chiuso. E per una serie di eventi questa casa diverrà il rifugio per alcune donne in fuga. Così incontriamo Saba, scappata dal marito manipolatore, che anela solo di poter ristringere a se il proprio figlio. E poi Gulbano e sua figlia Anahita, da una storia travagliata. Tre donne che cercano di afferrare la libertà con le loro mani tremanti ma risolute.
La prosa è pulita, tagliente, introspettiva. C’è una nota vulnerabile e allo stesso tempo intransigente mentre diveniamo consapevoli delle sfumature di questa storia, le sue penombre, i suoi silenzi, gli occhi che non sanno tacere, e una determinazione radicata che inizia a mostrare la propria forza.
Queste donne vivono la casa e i segreti che custodisce, le porteranno ad una vecchia rivista che si collega al passato del paese, alla repressione della sinistra e al cambio del regime. È una realtà che riflette la drammaticità cruda del presente: con il conflitto Iran e Israele.
La penna dell’autrice riesce a farci avvertire il dramma reale e vivido della guerra. Quella fatta di droni e missili, attacchi nel cuore della notte, città sospese dalla paura, linee telefoniche che non funzionano ammontando un’impotenza che gela, tutto sormontato da un orrore che si consuma ripetutamente, rinnovandosi senza mai stancarsi, fiaccando le vite delle persone intrappolate in un conflitto che non li guarda in faccia.
Ma non solo, riesce a veicolare in modo diretto il dilemma che infetta le persone comuni in un momento pieno di precarietà: provare a scappare o restare? Tentare di trovare un posto dove vivere senza la paura costante di essere bombardati o rimanere con gli affetti che non si vuole lasciare?
Sono in queste domande che l’autrice riesce ad estrapolare le emozioni più forti e reali, regalandoci groppi in gola che non si sciolgono. Insieme ad una paura che aleggia, mai andata via, di un regime che ti spinge sempre in un angolo, costringendoti a farti sempre più piccola.
In questo contesto, la casa dimenticata appare come un piccolo porto sicuro, un ritaglio fuori dall’orrore e dalla crudezza esasperante del conflitto. Ne avvertiamo la dolcezza di chi se ne prende cura, lo spasmo feroce di ferite che non sanno ancora come guarire e un coraggio ruvido di alzare la testa.
La scrittrice ci conduce in un viaggio emotivo, brutale e intimo, e lo fa senza calcare sulle situazioni. Non c’è ne bisogno, la difficile vita delle donne in Iran è un pugno indelebile. Ed è questo che spiazza: la disarmante umanità di queste donne che, nonostante tutto, tentano di costruire un fragile ponte oltre la rabbia, le bugie, la violenza.
Le storie diverse di queste tre donne si intrecciano tra di loro, notando somiglianze e dissonanze, sostenendosi, rafforzandosi dentro una casa invecchiata che attutisce la realtà di fuori. Si scoprono sorelle, forti di un legame timido ma resiliente.
Nel romanzo, mi è piaciuto moltissimo il rapporto contrastato tra la madre e la protagonista, che appaiono sempre ad una distanza che pare incolmabile. Due mondi diversi che collidono senza mai capirsi. Due generazioni differenti di donne che si approcciano alla vita in modo diverso. Eppure, entrambe pare che ripercorrono lo stesso destino: la madre anela che la figlia vada via, per poter vivere un futuro diverso, un futuro che a lei è stato precluso e che adesso è solo un ricordo dolcissimo di rimpianto; mentre Farah vuole restare, per capire e per conoscersi. La madre e la figlia sono due specchi, affilati, desiderosi di riconoscersi con una superficie che non tradisce il tumulto interiore.
Ci sono scene struggenti, che ci fanno avvertire tutto il peso della storia che lentamente rompe gli argini, inondandoci con la sua potenza. La speranza perduta, quella che consuma e rende disperati, la morte e la violenza che sradicano ogni cosa al loro passaggio. Eppure, eppure…da qualche parte un briciolo di speranza attecchisce, forse nei luoghi più improbabili con persone che non conoscevi. Sconosciute accumulate da un grumo di desideri e lotte e improvvisamente si scoprono compagne.
In La casa dimenticata, l’autrice fa una bellissima riflessione anche sulle donne che si ribellano, nonostante la paura, che sono le più pericolose in una società patriarcale che le vuole silenziose. Mine vaganti che non sono più docili. Sopravvissute, colte, arrabbiate, intimorite, che scoprono di possedere una Voce che vogliono usare. Ed è quello che accade ai personaggi femminili del romanzo.
Scoprono che la ribellione di essere se stessi è l’atto più sovversivo e potente che possa esserci. Esercitano questo diritto e imparano alle altre come ritrovarlo.
La Casa Dimenticata è una storia vera che attecchisce dentro il lettore, ci mostra vulnerabilità e durezze, il tutto filtrato da uno sguardo limpido, mordace, che non ha paura di dare il proprio nome alle cose. Il romanzo si chiude con una precarietà che riflette l’ordine attuale, e la potenza dei ringraziamenti dell’autrice è un eco che rimbomba nel cuore di chi legge, invitando ad essere umani: uniti e consapevoli.

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