L'India nel cuore
Autore: Vittorio Russo
Titolo: L'India nel cuore
Trama: "L’India nel cuore", in questa nuova edizione ampiamente rivista e aggiornata, non è un semplice diario di viaggio: è un rito di passaggio dentro un continente che divampa di contrasti, un vulcano di colori e sacralità, un laboratorio di storia e di miti che plasmano l’anima. Capitano di lungo corso e studioso raffinato, Russo supera i confini tra Oriente e Occidente e trascina il lettore in scenari che diventano cuore pulsante. La sua penna si fa occhio che scruta il sincretismo delle architetture, naso che inala spezie, cuore che vibra di pena e stupore, sorriso che illumina i paradossi del quotidiano. Pagina dopo pagina, l’autore guida come un cantore dentro una cattedrale di voci, dove il respiro del Gange si intreccia ai clacson frenetici delle città in un’orchestra primordiale. E proprio quando il lettore crede di aver trovato il senso, la scrittura spalanca orizzonti inattesi e lo trascina in una sospensione di incredulità. L’India si rivela come un mandala vivente, caleidoscopico e feroce: fra templi dedicati ai topi, riti di sterminate moltitudini, fedi millenarie sotto cieli di polvere e una modernità impetuosa che investe tradizioni antiche come un’onda travolgente. Ed è allora che il viaggio si fa rivelazione: l’avventura diventa scrigno di conoscenza, e la conoscenza intimità che trasforma il vedere in possedere.
Casa Editrice: Baldini + Castoldi
Prezzo di copertina: 22,00 euro
Recensione.
L’India nel cuore non è solo una lettura ma è un’esperienza incredibile capace di farti viaggiare pur stando fermo. L’autore ci porta con sé in un viaggio commovente a conoscere un paese immenso, complesso, contrastato, dove vivono tantissime micro culture, tradizioni, costumi e religioni differenti.
Forse è proprio il suo colore vivido della diversità insita che rende l’India indelebile, nel bene e nel male.
La prosa è ricca e sensibile, con la sua penna l’autore ci invoglia a seguirlo negli antri di un paese enorme, che invade i sensi.
Incontriamo i compagni di viaggio e la prima tappa è ovviamente la capitale, Delhi, che si allarga davanti a noi caotica, piena di suoni e del vociare dei venditori ambulanti, in colori vivaci dei sari e dei turbanti, strade colme di chi ha fretta e di chi rallenta volutamente. Siamo invasi da una metropoli dove predomina il caldo e il disordine, un caos rumoroso che impatta a chi non è abituato a tutto ciò. Siamo solo all’inizio di un lungo viaggio.
L’autore è bravissimo a farci avvertire un’India che respira, pulsa, ruggisce, annega e ride. È un tripudio di sensi che va sempre a contrasto: gli odori dolcissimi degli aromi e l’inquinamento dilagante, l’allegria esuberante che pare non conosca barriere linguistiche e una violenza sistematica e culturale, la bellezza mozzafiato di palazzi e moschee contro gli slums, i quartieri poverissimi dove si vive appena di stenti. Lo scrittore Russo ci fa toccare con mano il contrasto fondamentale che caratterizza l’India in modo indistinguibile, nessun altro paese riesce, infatti, ad avere dentro di sé così tanti contrari che si amalgamano bene tra di loro, rendendosi come un dipinto complesso e in continuo mutamento di cui non si può avere un’unica opinione. Infatti, basta spostarti di qualche passo e l’intera visione che credevi di aver stabilito cambia.
Lo scrittore ci conduce in certi luoghi fondamentali, ma non è solo un viaggio da tipico turista, no. Ci fa conoscere l’intensa e violenta storia dell’India, le complessità della religioni e i conflitti che hanno dilaniato la terra, passando ovviamente per il colonialismo che ne ha deturpato il carattere.
Con la sua penna intensa e capace ci fa visualizzare bene ciò che descrive: viviamo l’arte moghul assai estesa nell’interezza del paese con i suoi picchi di storia di un grandissimo impero; i luoghi semplicemente emblematici, come l’enorme e abbacinante Jama Masjid,templi vari con una cura del dettaglio che colpisce, moschee stupende, architettura araba dai colori unici, mercati e bazar enormi che richiamano l’essenza stessa del paese: caotica e magnetica. Durante il romanzo vivremo un caleidoscopio di emozioni uniche, meraviglie unite ad asprezze, fragilità e forze in luoghi improbabili.
E quando crediamo di aver compreso la cultura dell’India ecco che un nuovo evento ci fa ricredere immediatamente. Forse la bellezza affascinante di questo paese sta anche qui: nella incapacità di catturarne davvero l’essenza, ma di tastarla attraverso ciò che accade, dove siamo condotti e soprattutto come viviamo la quotidianità di questa nazione. L’unicità dell’India sta nel sovrapporre, mescolare e intrecciare una moltitudine di culture e tradizioni differenti, rendendosi incomparabile in un precario equilibrio che conquista l’occhio esterno. C’è così tanto che pare quasi impossibile che resista amalgamato, eppure, è così. L’India sorprende anche senza volerlo.
L’autore non si risparmia, ci narra delle avvenenze incredibili e senza tempo di una terra antica e ricca di storia, ma anche delle sue zone buie. Di disagi moderni che una terra complessa come l’India detiene, della brutalità della colonizzazione, l’ingiustizia delle caste e la condizione della donna.
Nascere femmina in India è una condanna fin dall’inizio: si viene avvertiti come un peso da doversi liberare, una vergogna a cui non dare libertà e qui si collega la pesante e purtroppo ancora dilagante pratica di infanticidio femminile. Un groppo in gola che non vuole sapersi sbrogliare ma ho apprezzato tantissimo lo scrittore per non aver girato la testa dall’altra parte, fingendo di non vedere.
Nel romanzo si parla anche di altri momenti bui del Paese: in primis tra tutto la scissione con il Pakistan, i conflitti interni, gli attentati, la povertà che continua a scavare e la malattia dilagante che semplicemente mangia il cuore.
L’India non è omogenea, presenta sfumature e sbavature differenti. Superstizioni e doveri, tradizioni e modernità, aperture e chiusure, che la rendono profondamente divisa ma allo stesso tempo coesa. L’autore Russo riesce a farci diventare consapevole di tutto ciò con una delicatezza sentita che rende il libro un’esperienza preziosa. Mentre le pagine volavano nutrendo una curiosità onnipresente, mi ha fatto scoprire tanti aspetti storici che ignoravo, come ad esempio l’esistenza dell’intrepida Rani Lakshmi Bai, l’attivista Ela Bhatt per citarne qualcuno. Tocca anche personaggi storici più “celebri” tra cui alcuni imperatori e il simbolo fondamentale del paese che è stato capace di scuotere con una gentilezza da pelle d’oca: il Mahatma Gandhi. E ancora, dottrine minori di cui non avevo mai sentito parlare, come i jaina, la peculiarità del tempio deshnokedove dove si venerano i kabbas, ovvero i topi, liberi di muoversi all’interno e a cui si da cibo ed è perfino considerato di buon auspicio permettere a questi roditori di camminare sul proprio corpo.
La complessità di termini come Dharma o Karma, ci elenca le tante tipologie di asceti di cui l’India è gremita. E ancora, l’importanza simbolica del patang, l’aquilone simbolo di libertà che è un valore assai importante nella cultura indiana. Ho condiviso lo stupore dell’autore per questo termine mentre cerca di trasmetterci come venga visto e assorbito dall’India, che forse gli occhi di un occidentale rigidi non riescono a cogliere. La grande varietà di storie che trapuntano la religione induista, le sue numerose divinità e incarnazioni, che comunicano i valori fondamentali di questo paese. Davvero, l’autore con il suo stile sobrio e magico mi ha fatto vivere un’India che appare sempre diversa.
La gioia caotica delle piogge monsoniche dopo la terribile calura, la bellezza emozionante di aquiloni che cavalcano il vento e c’è un momento di commozione quando vengono attraversati dal sole con i suoi bei colori che sembrano luccicare, una festa simbolo di indipendenza e che colora il cielo con le loro svariate forme e la vivacità di una sorta di gara aerea tra di loro, che sono dettati anche dalla bravura delle mani che tengono il filo. Il palazzo di Jal abbandonato quasi a se stesso che ricorda i tantissimi altri monumenti storici che non hanno ancora avuto il loro riconoscimento e attendono di essere curati mentre combattono il decadimento del tempo. La sacralità di Prayagraj e immergersi come milioni di indiani fanno nel Triveni Sangam, ovvero il punto in cui confluiscono i tre fiumi sacri, ed è un momento in cui si può percepire nelle movenze altrui che si hanno intorno il misticismo febbrile e un disagio che non si può ben spiegare, e che leggendo mi ha provocato terrore, disordine e curiosità.
E poi ci spostiamo ancora verso il Rajasthan, terra di antichi guerrieri e corti di sovrani potenti, dove se ne parla anche in numerose leggende: uomini valorosi e donne coraggiose. Ed eccoci ad Agra, una delle città indubbiamente più visitate proprio per il Taj Mahal, meraviglia architettonica indiscussa di una storia struggente: un sogno sospeso che provoca forti emozioni nel poter davvero ammirarlo con i propri occhi, l’autore è incredibile a farcelo avvertire vicino. E ancora per me di grande impatto la città di Fatehpur Sikri che incarna lo splendore moghul, città peculiare dagli scorci incantevoli, che probabilmente hanno una ripercussione maggiore per essere stata interamente costruita con l’arenaria rossa, i suoi cortili quieti, quasi sospesi nel tempo con i suoi splendidi padiglioni dedicati alle diverse spose dell’imperatore Akbar.
L’imponente fortezza di Orcha, per citarne qualcun altro, con le sue fortificazioni indomite un po’ decadute che però rendono bene l’idea di come doveva apparire nei suoi tempi di gloria.
Un ultimo accenno va anche a Varanasi, che vista dalle immagini trovate su google (che ho cercato avidamente) sembra una città antica e pittoresca… ma è molto di più. Vicoli stretti e sporchi, carenze igieniche dilaganti, mura vecchie che sanno di storia millenaria e disperazione fresca. L’autore riesce a mostrarcela senza inganno, in modo totale sia i suoi aspetti belli che quelli certamente negativi. A tal proposito voglio riportare il seguente passaggio, che mi è rimasto fortemente impresso:
“Dall’alba del tempo questa è la capitale della spiritualità indian, ma è in assoluto anche la città più immonda del Pianeta. Folle di viaggiatori, persone di ogni condizione, infermi con deformazioni disumane e sofferenti affetti da malattie terminali, perfino agonizzanti, giungono qua con l’ultimo respiro tra le labbra [...] Affrontando sacrifici inenarrabili per scendere sui ghat e bagnarsi nelle acque divine. […] E poi ancora, incantatori di serpenti e tintori, gli ammaestratori di scimmie, gli spacciatori d’oppio, i tagliagole, i malviventi… Ma tra loro, quasi a dissolvere questa folla inquieta, ci sono anche i padri che passeggiano con i figli piccoli e le donne di casa, le massaie che vengono qui a lavare marmitte a abiti sudici”.
Ci sono mille piccoli universi che si incontrano e scontrano a Varanasi.
Ma al di là della moltitudine dei luoghi sacri e monumenti storici, palazzi principeschi, l’autore ci conduce oltre in villaggi piccoli fatti di vita semplice e stenti, in percorsi afosi e battuti, luoghi di passaggio che nondimeno possono folgorare con le più inaspettate rivelazioni. Scoprire le cose per caso è forse uno dei più belli pregi per chi è in viaggio, il sorriso innocente di un bambino, l’angoscia cruda di mani tese in una silenziosa richiesta, le chiacchiere infervorate tra compagni mentre si scambiano opinioni, un dolce in piatti di terracotta, un’alba infuocata che acquieta qualcosa nel cuore. E ancora, percepire con una crudezza incredibile la disperazione e la fame di un’India che si riflette nella malattia, negli occhi spenti pieni di kojil, in visi scavati e labbra strette. Ci sono tanti momenti del genere che costellano il romanzo e che per me gli danno quel senso di profondità che ti lascia qualcosa dentro. In L’India nel cuore si pone l’accento anche su una natura indiana imperdonabile, un guazzabuglio di disagi dissonanti e una miriade di morti e incidenti in un caos che non sa stemperarsi.
L’essere ingarbugliato dell’India è qualcosa che viene accettato ampliamente dalla sua vasta popolazione eppure, ad un occhio esterno di un viaggiatore, tutto questo può sembrare troppo. Non solo perché non si è abituati a tutto questo ma anche in quanto incrina tutto ciò che si pensava. L’autore Russo avverte, con una maturità di aver vissuto in prima persona tutto ciò, che si deve imparare ad accettare senza avere la presunzione di tentare di definire culturalmente un paese per noi estraneo. Diverso non vuol dire sempre sbagliato, così com’è non dovrebbe oscurarci dai problemi insiti che percepiamo.
L’India nel cuore è un romanzo che si vive in una miriade di eventi e luoghi differenti dove lo scrittore con capacità e sensibilità riesce a condurci. Ma in realtà andiamo anche oltre questo, assaporiamo il caos culturale diverso dal nostro spirito occidentale e dunque lo guardiamo alternando attrattiva e inquietudine. Sorpassiamo l’immensità del sacro e profano. Una terra fatta di rituali, credenze, sogni, dolori e una speranza che è il colore dei sari e degli indumenti colorati che saltano subito all’occhio. Il brusio si acquieta, improvviso, e siamo colpiti dall’insieme dei pensieri che sono maturati mentre avanzavamo all’interno di questo immenso paese.
Chiudiamo il romanzo ancora ebbri dei suoi eccessi mistici, ingiustizie e violenze dilanianti, e dei piccoli atti di gentilezza e ingenuità che riscaldano il cuore meravigliato del viaggiatore.

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