Il silenzio sul mare
Autrice: Chiara Ricci
Titolo: Il silenzio sul mare
Trama: Il 9 aprile 1953 Wilma Montesi esce di casa e non fa più ritorno. Due giorni dopo viene ritrovata senza vita sulla spiaggia di Torvaianica. Quello che sembra un incidente si rivela presto il punto di partenza di uno scandalo che travolge la politica e l’opinione pubblica. Attraverso documenti inediti e una narrazione dal ritmo cinematografico, questo libro ricostruisce una storia emblematica del Novecento italiano, restituendo voce e dignità a una giovane donna.
Casa editrice: Graphe.it
Prezzo di copertina: 19,50 euro
Recensione.
Il silenzio sul mare gira intorno a un caso di cronaca italiana rimasto irrisolto, è un romanzo con un impianto narrativo peculiare, che si muove attraverso le sequenze ferme e dense di significato come quelle di un film.
La giovane Wilma nel 1953 esce di casa e non ne farà più ritorno. Verrà ritrovata giorni dopo cadavere sulla spiaggia di Torvaianica. Un’indagine che cela molto più di quello che si è disposti a dire, il caso Montesi è controverso, pericoloso, pieno di zone buie che molti tentano di non illuminare, uno scandalo mediatico che ha coinvolto figure politiche di spicco.
L’autrice tenta di gettare luce su un caso angosciante dalle incognite scomode. Parte dal presupposto che il caso Montesi scosse l’opinione pubblica dell’epoca post-bellica rimanendo dunque impresso per i suoi toni taglienti.
Sono state diverse le pellicole che hanno cercato di plasmare la verità dietro la vicenda Montesi, progetti abbozzati che non vedranno mai la luce, tra cui uno stesso in cui la famiglia Montesi avrebbe voluto partecipare impersonando se stessi. Un senso di disagio cresce nel lettore mentre l’autrice srotola davanti a noi la fitta vicenda.
Questo desiderio di portare sullo schermo il caso crea una patina di subbuglio nell’opinione pubblica, ammaliata e allo stesso tempo diffidente nel cercare di venire a conoscenza di nuovi dettagli sulla conturbante vicenda, che continua a provocare una curiosità quasi morbosa. C’è qualcosa che scuote l’immaginario collettivo, infatti, il cinema dell’epoca neorealista cercherà di riproporre un guizzo della triste vicenda della giovane donna ritrovata morta in spiaggia; basta pensare a Spiaggia Lattuada, che è una critica alla società dominata dall’apparenza e dal potere, o ancora Giorni d’amore di De Santis, dove si ripropone la scena del ritrovamento del corpo inerente alla trama della pellicola. Insomma, con arguzia l’autrice ci conduce dentro film di successo dell’epoca che riflettono una parte di angoscia irrisolta che ha lasciato il caso Montesi, ma anche libri, storie, dove si continua a sfruttare l’immaginario di Wilma senza mai davvero nominarla.
C’è un sottile legame tra il cinema e la figura di Wilma, infatti, apprendiamo che questa giovane ragazza ha recitato in qualche battuta in alcuni film, forse ponderando l’idea di poter intraprendere una carriera d’attrice di successo. Un sogno spezzato. Ma torniamo ai fatti disturbanti.
L’autrice con una penna concisa ci conduce nel pieno della storia, che fin dall’inizio è stata costellata da incertezze, azioni quasi sbadate dei suoi familiari e un interrogativo che tortura: che è davvero accaduto a Wilma?
Wilma non torna a casa e i suoi genitori e la sorella iniziano a preoccuparsi, come una bolla quieta che scoppia all’improvviso: la cercano, chiedono aiuto ad altri membri familiari, richiamano a Roma anche il suo fidanzato. Sono ore di tensione e apprensione che diventano sempre più solide, come macigni.
E poi, la donna sul mare viene ritrovata. Molte cose, come ci mostrerà La Ricci, nel caso sono avvenute in maniera spiccia, dando un sentore di sommarietà che brucia: il cadavere lasciato abbandonato in spiaggia per l’intera giornata e rimosso senza l’intervento delle autorità giudiziarie, e ancora ecchimosi sul viso e sangue raggrumato nel naso della vittima, mancanza di alcuni indumenti ed effetti personali che spingono alcuni a credere che ci sia molto di più di una semplice morte accidentale. E su questo si addensa il fatto che la prima autopsia viene ritardata di diversi giorni e poi risolta in un annegamento. Disgrazia, suicidio o assassinio?
È la domanda fondamentale a cui non viene data risposta. Ma è solo l’inizio: il caso diventa mediatico in un Italia che si stava gustando la libertà postbellica, iniziano le curiosità, gli articoli, le dichiarazioni e poi smentite, le diffamazioni, querele… il desiderio di entrare in questa baraonda mediatica che potrebbe dar notorietà. Tutto si pasticcia, verità e bugie vengono sorbite allo stesso modo e ben presto si perderà il filo logico, l’importanza di risoluzione. La stessa giustizia affanna di fronte a queste portate brutali e inaspettate.
L’autrice con abilità ci conduce in microcosmi che cozzano tra di loro, rendendo poco limpido un caso già difficoltoso, analizziamo gli aspetti con calma. Forse, il romanzo si dilunga troppo su alcuni punti che servono a dare un contesto generale della vicenda, rallentando alcuni momenti di narrazione. Ma si riprende.
Innanzitutto, nell’indagine il sospetto ingloba anche la famiglia Montesi, non immune ai dubbi e contrasti della vicenda, soprattutto quando ostentano un’eccessività che sa quasi da film, falsa quando i riflettori si spengono. La madre, Maria Petti, donna dura e inflessibile, protegge la reputazione della figlia, ribadendo l’esclusione di un possibile omicidio. C’è una resistenza e una testardaggine sull’evolversi di certi eventi. In famiglia, ad esempio, si crede che Wilma sia andata ad Ostia sola per fare un pediluvio. Ma perché non è stato detto prima? O quando Wilma veniva incessantemente cercata?
Tutte queste reticenze e sbalzi fa spostare l’attenzione del lettore anche sulla condotta della famiglia della vittima. Apparentemente una famiglia come tante, ma ben presto, inoltrandoci nel libro, ci rendiamo conto quanto sia importante l’apparenza, il tenersi lontano ad ogni costo da una presunta macchia di una doppia vita che, alcuni affibbiano, alla defunta Wilma. Ma il senso di giustizia non dovrebbe prevalere?
Ad aggiungersi ad una situazione precaria abbiamo il potere mediatico, le testate giornalistiche faranno ribollire l’attenzione sul caso Montesi che è stato chiuso velocemente. Lo scandalo sta per scoppiare e fagocitare anche le sfere politiche dello stato. Celebre è stata l’accusa di Anna Maria Caglio verso il suo amante, Ugo Montagna, che insieme a Piero Piccioni, figlio del ministro degli esteri, viene coinvolto nel caso Montesi. Una pista torbida di festini, potere, figli di politi, droga e accesso alle carriere del cinema.
Il caso di cronaca nera che si svela sempre più complesso e ingarbugliato…e forse l’affanno di tacere, depistare e seppellire la verità sta tutta qua. Le indagini vengono riaperte, sono lunghe, arzigogolate, piste poi abbandonate e incarcerazioni che non durano e che evidenziano con crudezza persone della cosiddetta buona società che hanno gli amici giusti, i tanti testimoni che dipanano una storia a puzzle dove pare che nessuno abbia tutti i tasselli.
L’autrice è brava a destreggiarsi in questo caos e rende la penna minuziosa di tante informazioni, dettagli che storpiano, casualità che accentuano il dubbio. E qui scaturisce lo sdegno e la pressione nell’opinione pubblica legata al caso Montesi, soprattutto per la consapevolezza di trovarsi davanti a dei privilegiati che neanche la legge riesce a sporcare.
Il giudice Sepe riapre il caso, tentando di seguire solo i fatti, unici testimoni attendibili, nuove inchieste e nuove perizie mai svolte, viene riesumata anche la salma di Wilma. Si sente un vento di onesta determinazione nel tentare di ricostruire le ultime agognate ore di questa giovane vita perduta.
La stessa famiglia Montesi non ne esce linda: sospetti e drammi vengono scoperti. La magistratura farà scattare un’inchiesta dedicata alla famiglia, con particolare attenzione allo zio Giuseppe, sospettato poi di essere l’esecutore materiale della morte della nipote, una colpa che non riuscirà mai del tutto a scrollarsi… Ma tutto finisce amaramente nel nulla.
Nel 57 vengono assolti gli arrestati da reato di omicidio perché il fatto non sussiste. Il lettore è angustiato dal filo degli eventi. Così la verità viene sepolta, sotto stati di gran vociare e manie di protagonismo che ne annullano la tragicità solenne. Insabbiamenti, ingiustizie, uomini potenti e legami pericolosi. E in tutto questo estenuante e deleterio processo spiccano due figure potenti della Roma degli anni Cinquanta, ad inquinare ulteriormente un caso già sfibrato. Tommaso Pavone, capo della polizia, e Saverio Polito, questore di Roma; uno vuole scavare più a fondo per afferrare scampoli di verità, l’altro invece tende a voler chiudere la vicenda e gettarla alle spalle, dimenticandola.
Tutto ciò evidenzia davvero l’assurdo cambio di rotta che si ha del caso Montesi. E spesso viene ritratta forse una Wilma che di Wilma non aveva granché, appesantita dall’immaginario collettivo, dalla narrazione che vuole dare la famiglia, dalle idee più sparse che gli altri si sono fatti. Nelle foto ci appare una figura giovane e bellissima ma irreale, lontana dall’essere analizzata, tenuta a distanza per non carpirne i segreti. Forse, se ci fosse stata più verità nel raccontare Wilma ci saremmo avvicinati di più alla possibilità di poter costruire davvero cosa sia accaduto quel giorno di aprile. Ma tutto tace, adesso, c’è solo lo sciabordio del mare che mormora ancora.

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