Lizzie Leigh (e Il Pozzo di Pen-Mortha)
Autrice: Elizabeth Gaskell
Titolo: Lizzie Leigh
Trama: Comparsa per la prima volta sulla rivista dickensiana «Household Words» nel 1850, Lizzie Leigh è la storia di una ragazza che a diciassette anni rimane incinta senza un marito e dunque nel peccato, e dei suoi conflitti con i genitori, divisi tra un naturale sentimento di amore e una morale inflessibile che obbligherebbe alla condanna. Un piccolo gioiello che contiene tutti i temi cari a Gaskell – la critica delle dinamiche familiari dell’Inghilterra vittoriana e la discriminazione della donna, l’amore materno, il sacrificio, l’espiazione e il perdono. Nel volume si accompagna a un altro racconto – assai simile per le tematiche – ambientato nelle campagne del Galles, dal titolo “Il pozzo di Pen-Mortha”, edito nello stesso anno su «Household Words».
Casa Editrice: Elliot
Prezzo di copertina: 14,50 euro
Recensione.
Lizzie Leigh nella nuova, curata e splendida edizione della Elliot che ridà lustro ad una piccola perla della Gaskell, quest'opera ci comunica con un impatto disarmante i temi fondamentali cari alla scrittrice inglese. Il romanzo comprende due racconti, che furono entrambi pubblicati per la prima volta a puntate nel giornale di Dickens, abbiamo sia Lizzie Leigh, più celebre, e Il Pozzo di Pen-Mortha, entrambi i racconti riescono a veicolare in modo nitido la potenza del dramma che ci accingiamo a vivere, con una nuova fresca traduzione. Procediamo con ordine.
Lizzie Leigh. Il racconto si apre nella piccola fattoria in campagna posseduta dalla famiglia Leigh, in cui grava un atmosfera luttuosa. La madre vedova, Annie, adesso non deve più soffocare il bisogno impellente di andare a Manchester per cercare di ritrovare l’amata figlia perduta: Lizzie, peccatrice che è stata inghiottita dalla grande città. Anzi, adesso avverte che il suo desiderio sia giusto, con l’eco del perdono del marito, appena espirato. Una storia che ti aggancia in modo immediato.
La prosa vibra di dolore e affetto, ne avvertiamo ogni suo angosciante passo, ogni suo tendere disperato ad aggrapparsi alla speranza di ritrovare la cara Lizzie.
L’amore materno, dunque, è il fulcro della trama, ci emoziona con uno spiazzo tenero, soprattutto per la capacità della Gaskell di far parlare i silenzi che si respirano tra le pagine, e i gesti composti dei personaggi che però tradiscono un balzo di sentimenti tenuti quieti.
In Lizzie Leigh troviamo con vigore la figura materna, sempre stata cara alla scrittrice e ne avvertiamo ogni bordo di questa incredibile figura che è radicata intimamente alla storia e al suo svolgimento. Ci sono bordi dolci, levigati, che danno uno struggimento lieve; e poi quelli più arzigogolati, fatti di silenzi, di fatiche, di dolori che vengono accuditi con cura. Ed è proprio la bellissima e sofferta perseveranza della madre che da moto al racconto. Nella grande città, diversa dalla quiete della brughiera, Annie si abitua a camminare per le vie strette e sofferenti, tra emarginati di un mondo diverso. Questa sua determinazione si scontra, però, con una lotta interiore personificata dagli altri due figli maschi, che vorrebbero solo dimenticare e tornare alla fattoria, senza dare adito allo scoprire cosa sia accaduto ad una sorella che non nominano più. E il lettore si chiede: ma Lizzie dov’è?
Come la madre iniziamo a cercarla tra le pagine, una figura sfuggente e tragica che non siamo ancora riusciti ad incontrare. Eppure, fin dall’inizio Lizzie permane la storia, rimane in penombra sotto l’ipocrisia della morale vittoriana e abbandonata da una società che non pare contemplare il perdono per chi “cade” così in basso. E il peso della vergogna è tutto indirizzato al fragile e celato universo femminile.
In questa storia vulnerabile la Gaskell riesce a portarci il ritratto di più madri, diverse tra di loro eppure accomunate dalla stessa ferocia di tenerezza. Di Annie, ne abbiamo già discusso, ma il potere materno si estende ad altre due fondamentali figure. Lizzie, devota, folle, sola. Ama con ogni suo respiro la piccola creatura, che sebbene non abbia potuto tenerla con sé e affidata a qualcuno che invece può prendersene cura, Lizzie la veglia da lontano, accrescendo il tormento per il suo “peccato”, e quanto può cerca di aiutare lasciando il denaro sull’uscio della porta. Lizzie si dimostra una madre onesta e feroce a suo modo: sceglie di non abbandonare la figlia alla sua triste e povera sorte ma la affida ad una persona che reputa buona, dignitosa, linda. È un sacrificio struggente.
E qui ci imbattiamo in Susan, gentile e modesta. Non tentenna di fronte al nuovo compito che le è stato affidato nel cuore della notte. Accudisce, cresce e ama la figlia di Lizzie come se fosse propria.
L’amore filiale che non conosce confini, e che dopo lunghi giri spaesati… torna. Tra perdono, affetto e la capacità di sapere che non si può essere giudici intoccabili nelle questioni umani.
Il racconto si chiude in modo dolceamaro, dove la sofferenza e l’amore si mischiano quiete tra di loro, incontrandosi in una piccola tomba su una placida collina, riversandoci tutte le crude emozioni che non sanno trovare voce.
Il pozzo di Pen Mortha. È un racconto ambientato nel Galles del Nord, rispetto a Lizzie Leigh è una novella decisamente più cupa, inselvatichita, e anche la penna della scrittrice risulta più aspra e vivida.
La storia gira intorno alla giovane Nest Gwynn, un’avvenente ragazza che attira lo sguardo dell’intero villaggio, spensierata e allegra, Nest vibra di gioventù e freschezza, esaltata anche dal contesto rurale della vicenda. Un giorno, mentre si accingeva a prendere l’acqua nel pozzo tra le colline, incontra il giovane William, decisamente con una posizione economica più agiata e alla ricerca di moglie. I due si fidanzato e la vita sorride alla nostra innocente e vivace protagonista che assaggia le prime gioie dell’essere innamorata.
Ma… uno sgradevole incidente la costringerà per lunghissimi mesi a letto, ed è qui che si raffredderà l’ardore giovanile, lasciando solo deliri e occhi smussati. La collera, la sofferenza e l’incredibile impotenza alla vita irrompono gli argini del racconto, inondando il lettore con un turbine di emozioni soffocate tra la nostra giovane protagonista costretta a letto, abbandonata e condannata ad una vita diversa da quella promessa, e la madre di Nest, unico appiglio di tenerezza.
Infatti, qui ci imbattiamo nell’importanza dell’amore filiale, dove la condanna di Nest viene lavata e ammorbidita con dignità solo dalla figura materna. Ferma in un mondo che ha iniziato crudelmente ad oscillare. Assaporeremo la disperazione e la rabbia di Nest cagliarsi, tutto dissiperà i colori vividi che avevano circondato questa storia. Ed è proprio l’amore materno che spingerà alla redenzione la protagonista verso gli indifesi, quelli a cui non si degna più di uno sguardo. Un cocente rimorso per la propria condotta e i danni causati le spezza il cuore, e Nest impara a smussare gli spigoli, a perdonarsi, a prendersi cura degli altri, tutto per tentare di migliorarsi. La potenza dell’amore che lascia una traccia immortale.
Due racconti eccezionali che continuano a portare con sé uno strascico di potenza inerenti ai conflitti familiari, l’importanza necessaria di agire verso la redenzione e poi il perdono, il dramma che cala veloce sulle nostre protagoniste e che poi viene, finalmente, superato in un singulto di bellezza, rammentando la forza intrinseca di figure materne che permettono alle protagoniste di andare oltre il proprio dolore e disagio, riconoscendo le sfumature di umanità.

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