Mamma Mostro
Autore: Danilo Soscia
Titolo: Mamma Mostro
Trama: Tra non-morti, mutanti e spettri, Mamma Mostro perlustra scenari inconsueti di un gotico contemporaneo, rinnovando la funzione liberatoria delle storie di paura. Un'antologia di favole dell'odierno orrore, scovate e raccolte in giro per il mondo. Le vicende narrate in Mamma Mostro sono contrappuntate da un filo rosso sangue che le lega insieme: la convinzione che non vi sia alcuna cesura tra immaginazione e realtà, tra mito e cronaca. Tutto quello che può essere raccontato, per una magia antica quanto il genere umano, diventa vero. Lo scoprono presto le eroine e gli eroi che si rincorrono tra le pagine, come la giovane Sharazād, andata in sposa a un vampiro di Mumbai famoso scrittore, oppure lo sciagurato Parvez, autotrasportatore di Chittagong, al quale la Morte in persona fa da copilota durante i suoi viaggi. A ciascuno tocca la propria dose di verità, la tragedia di essere suo malgrado il protagonista di una storia esemplare. Succede a Nikos, cacciatore di santi e tossicomane tra la Grecia e la Turchia, così come a Luang Pho Poen, celebre tatuatore tailandese, ritratto nell'agonia del suo ultimo, miracoloso, tatuaggio.
Casa Editrice: Nutrimenti
Prezzo di copertina: 19,00 euro
Recensione.
Mamma Mostro è un’eccellente esempio di horror che va erra oltre lo spazio del suo genere. Raccolte di racconti che agitano, inquietano, meravigliano e liberano qualcosa. Tra le pieghe oscure narrate scopriamo una familiarità nella potenza viscerale di ciò a cui stiamo andando incontro, dunque, siediti lettore, accostati al fuoco acceso che morde via la notte e vivi queste storie sulla pelle, per catarsi, per desiderio, per terrore, per condanna, per l’urgente bisogno di compagnia. La luce del giorno è ancora inarrivabile.
Mamma Mostro è caratterizzata da quattro giornate di racconti, ognuna delle quali è composta da dieci storie. La prosa è piena, corale, evocativa. C’è asprezza in alcune scene e in altre un’intensità che non viene nemmeno levigata. Riesce a frastornare e allo stesso tempo rendersi necessaria.
Il primo giorno è dedicato ai racconti di non-morti. Si avverte in modo nitido l’eco di case vuote che non lo sono davvero, lo strascico di un desiderio o di una colpa che si aggrappa ai protagonisti che animano queste storie, sfumandoli a volte, altre con il potere di renderli più solidi, reali… vicini.
In questi racconti sembra esserci molto spesso cornette di telefoni che si legano ad un Altrove, di cui si può accedere solo in certi momenti, dove la linea di confine tremula e si percepisce qualcos’altro, anche solo un respiro ruvido dall’altra parte. L’orrore qui fuoriesce e prende forme differenti: un vaso di basilico, uno scrittore vampiro con una moglie giovanissima, qualcosa sepolto dentro un lago che ti attira, un uomo che non sa morire e un altro che non sa di non essere mai nato. In questa prima giornata di racconti c’è un sentore di angoscia che si percepisce come prurito sulla pelle, che più gratti per acquietare e più accendi.
Seconda giornata di racconti, inerenti ai Mutanti. Le storie sembrano accompagnarci per un tratto, cantando una canzone sconosciuta ma orecchiabile che sale lenta ma inesorabile. L’inquietudine viene fagocitata dal ridacchiare della Morte, prigionieri di fabbriche abbandonate, di ciotole che cercano di catturare la luna. Storie di umani che non lo sono più, di qualcosa che si è ancorato così a fondo dentro di loro che ha destato un cambiamento drastico. Una stanchezza che affonda, una fame insoddisfatta, una rabbia che brucia, una tristezza che annega senza mai davvero finirsi. E poi c’è il terrore muto che esce dalla sua tana e non fa più ritorno, e il lettore si accorge con acuta chiarezza che il mostro tanto temuto e agognato ha le sue stesse sembianze, le sue inadeguatezze, le sue speranze. Il confine si è sciolto, svanendo.
Terzo giorno di racconti: Storie di Spettri. Qui si avverte in modo netto l’ombra di qualcosa che permane, il sentore di un luogo che nella realtà è già sfiorito. L’emozione che prevale e lega i racconti di questa terza giornata è il senso vago di angoscia che si stringe addosso. La promessa che può diventare maledizione, una dolcezza che va a male, e i fantasmi sono singulti di sentimenti che non hanno mai avuto la possibilità di sbocciare, di radicarsi, di conoscersi, e nonostante questo la loro traccia forte lascia un’impronta a chi vuol vedere.
La narrazione in queste storie è pressante, segreta e piena di un’angustia che però non straborda mai, rendendosi indelebile senza nessuno sforzo. Ci sono bimbi defunti in ordinata fila in una bottega, un treno che conduce in luoghi che non appaiono come si credeva, doni che vengono reclamati. Il filo che lega le trame qui è il viaggio, il constante errare che divora secoli e falcia sentimenti, lasciando un involucro che desidera solo ridiventare polvere.
Quarta e ultima giornata, abbiamo storie di libero orrore. I confini si rompono e come se le stesse storie, docili, per le prime tre giornate adesso abbiano voglia di uscire dalle linee tracciate, di avventurarsi fuori il concesso.
In quest’ultima giornata troviamo sogni che si realizzano in pianerottoli anonimi, metro buie, sentimenti guastati che si tentano di riscaldare su un fornetto elettrico, inattese che non danno tregua, umani che sono diventati anche altro, riempiendo il vuoto che si aveva. Una casa nelle profondità della terra fatta di vie e cunicoli che fanno sudare la razionalità via, lasciando una pressione che verrà assorbita dalle sue affamate pareti (non ha caso il mio racconto preferito dell’intera raccolta!).
Questi racconti finali sono come un grido che si propaga nel buio, conquistando velocemente terreno per afferrarti. O forse… sei tu che rallenti consapevole.
Mamma Mostro è una raccolta di orrore moderno che si adegua all’attualità nelle sue forme più disparate. Si avverte con prepotenza la stanchezza e la liberazione, finalmente, di poter smettere di essere ciò che non si è. Come liberarsi da un vestito consunto che si è appiccicato addosso, rendendo difficile anche il solo muoversi.
Storie che lasciano un alone che non si lava via, un gessetto per disegnare un varco che prima non c’era, quei racconti che rimangono nei bordi e ti attirano, ingannandoti o facendoti innamorare. Ogni racconto è costellato da protagonisti peculiari, abbozzati, presenti, perplessi, mai davvero veduti se non forse per l’ultimo attimo, dove si è consapevoli del cerchio eterno che si ripete o del dolore espirato dal corpo che stira i lineamenti, in un riflesso nuovo eppure così intimamente conosciuto.
La penna dello scrittore nell’intera raccolto è versatile, computa e sembra invadere ogni senso, senza riguardo. Possiamo quasi avvertire il cambio di timbro di una storia all’altra, prima roca e irrimediabilmente maschile, poi suadente e con un sottofondo segreto femminile che ci inchioda. E ancora, muta ad una voce ambigua che non è né l’uno né l’altro, o forse è un’insieme, con echi lontani che ci fanno tendere più vicino l’orecchio all’abisso che abbiamo contemplato per tutta la notte.
Nel romanzo si delinea la figura sfuggente di Mamma Mostro, come la definisce l’autore, un’entità complessa, un demone, un viandante, un mostro che tra le sue infinite sfumature riconosciamo anche un riflesso che ci appartiene. Il mostro che anima le scene, che ci fa rabbrividire per un dettaglio scialbo che diventa il trampolino di lancio verso il caos. Il grottesco che dipinge il dramma nelle storie sono il riverbero l’uno dell’altra, fili sottili e frastagliati che vanno a comporre un disegno seducente e complesso che cambia focus ad ogni passo.
Il tempo si dilata perdendo consistenza in alcuni passaggi, mentre in altre storie acquista un peso fondamentale che ci tira giù. Ne siamo costantemente sballottati. È un romanzo che ricorda l’antica e profonda arte dell’ascoltare e condividere storie, che salda un bisogno umano atavico. Che acquieta una fame, una disperazione, cibando il senso della vita in cose lasciate a metà. C’è smarrimento, crisi, dolcezza che si caglia, ombre che diventano solide e penetrano nel cuore.
Ci sono storie tiepide, veloci, profane. Altre serbano un plot twist finale che lascia sbalordito, altri sono cerchi che non si chiudono mai ma tornano a ripetersi, altre sono solo illusioni che tornano materia.
Ho adorato Mamma Mostro, storie di terrore moderno dove una cappa irrequieta e lattiginosa è onnipresente, evidenziando la vaghezza di orrore che si aggancia al lettore nei modi più impensabili. E con sé lascia uno strascico, che ogni tanto riecheggia dentro e regala un altro brivido di inadeguatezza, lasciandoti il temibile pensiero di non essere solo.
Chiudiamo il romanzo con la metamorfosi che ne è maturata durante il percorso: non possiamo fuggire mai del tutto dall’orrore perché il mostro, sotto strati di umanità sfilacciata e ghigni socievoli, siamo noi.
La potenza del romanzo va oltre le sue singole storie e si intravede nell’insieme, nella figura oscura che ha dato solidità alle paure. Ma la notte sta sfumando, ne vedo il fondo ora mentre fino a poche ore fa mi pareva eterno. La luce dissipa e fa divenire fredda cose che mi parevano più pressanti e vicine, quasi pronte a sfiorarmi. La morte, il demone, l’ignoto, l’oscuro, per un’altra lunga giornata ancora ci cercherà senza riconoscerci. Ma attento lettore, perché la notte ha la certezza di giungere sempre.

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