Una vita lontana

 


Autrice: M. L. Stedman

Titolo: Una vita lontana

Trama: L'Australia Occidentale è una terra di estremi: polvere rossa contro il blu profondo del cielo. La famiglia di allevatori MacBride lo sa bene. Per loro la terra è insieme casa e condanna. Per generazioni hanno vissuto nella polvere, lottando contro i temporali improvvisi e la natura selvaggia che li minaccia. Ma niente può prepararli alla tragedia cui sopravvivono soltanto la madre, Lorna, e due figli, Rose e Matt. Senza le braccia forti del padre e del fratello maggiore, gli equilibri della famiglia sono compromessi. A nulla valgono i tentativi di Rose di scrivere i suoi pensieri su un foglio e bruciarli all'ombra del grande eucalipto recitando la parola «via» al contrario. Né la determinazione di Lorna a mandare avanti la casa da sola o il sostegno di Matt, che fatica a ricordare quello che è successo. Ognuno di loro deve fare i conti con ciò che rimane. Eppure, anche bruciata dal sole rovente, anche sferzata dai forti venti, la terra dell'Australia Occidentale nasconde sempre la vita. Vita che resiste, tenace, come solo la natura sa essere, che germoglia ovunque e sopravvive a tutto. Anche quando sembra lontana.

Casa editrice: Garzanti

Prezzo di copertina: 19,00 euro

Recensione.

Una vita lontana è uno di quei romanzi che scava dentro, per restare. Già dai primissimi capitoli ho avuto la sensazione di star leggendo uno dei romanzi più belli dell’anno, che poi è diventata un’indistruttibile certezza: ne sono uscita emotivamente devastata. 
È una storia che tratta di temi delicati e forti che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori, non posso neanche dire che temi perché sarebbe uno spoiler immenso, ma vi invito a procedere con cautela.
I protagonisti di questa storia sono la famiglia McBride, allevatori di pecore, giusti e retti nei loro affari con un possedimento assai vasto nell’entroterra australiano, Meredith Downs. 
Siamo intorno alla fine degli anni Cinquanta, nell’Australia Occidentale, quella che si presenta è una terra spietata, imperdonabile, dura. Ma c’è bellezza nel bush, quella selvatica che ti meraviglia con il suo incessante sottofondo insidioso, perché non sai mai come gli eventi possano remarti contro. 
La tragedia si consuma nelle prime pagine, arriva forte e scombussola con una potenza che non farà altro che accrescere. Un incidente in cui perdono la vita il padre e il figlio maggiore dei MacBride. 
Il figlio minore, unico sopravvissuto dell’incidente, ha davanti a sé un lungo percorso di ripresa: non ha memoria di chi sia, ha comportamenti bizzarri e insoliti al suo carattere. 
La madre e la figlia, Rose, si faranno carico di dover gestire l’immane proprietà mentre sono alle prese con un lutto che le annienta. 
La prosa è cruda, tagliente si insinua dentro in lettore con un’accortezza che disarma, lasciandoti vulnerabile agli eventi che stanno per precipitare. 
La vita ruota intorno alle fatiche e alla devozione della terra. Adesso è Lorna, la madre, gravata da questo peso, dover mandare avanti una tenuta con più di ventimila pecore. Senza i suoi uomini tutto le appare fragile, come se fosse di cartapesta che può strapparsi al primo soffio di vento. 
Qui l’autrice ci conduce dentro i personaggi, li sveste, li agita, li irrobustisce. E noi ne tocchiamo i bordi, frastagliati, tenuti insieme semplicemente dalla volontà di non poter cedere. L’intorpidimento della perdita annulla l’esistenza del “prima”. Sono bastati pochi minuti per cancellare una quotidianità amata da questa famiglia, e viviamo con i restanti personaggi la complessità di doversi adattare ad una realtà diversa, che annulla i sogni, ne rimarca i bordi del possibile. 
I MacBride devono affrontare il lutto e l’autrice ci mostra come non sia mai una strada retta. Due sedie vuote al tavolo della cucina sembrano urlare nel silenzio pacato che è rimasto. Ma non è solo questo, la morte del padre e del fratello maggiore pare scatenare una serie di catastrofi che si incastrano tra di loro, rendendo i personaggi appesantiti, soffocati dai sensi di colpa e cose indicibili che non si possono dire.
Il fulcro che fa rimanere il romanzo indelebile sta proprio qui: la tragedia non si asciuga, costantemente rinnovata, taciuta, sviata. È come un fiume che anela il mare, senza sosta. E colpisce il lettore con una potenza immane, soprattutto per il legame con i personaggi che sentiamo. 
  • Lorna, grandissima donna concreta. Radicata, forte, con una vulnerabilità che fa tremare la bocca ma a cui non da mai voce. Non può. Deve rimanere costante per i suoi figli, per questa terra, per l’amore di chi non c’è più. Ma qualcosa dentro di lei si spezza, e l’autrice è brava a farla esprimere senza farla parlare. 
  • La colpa di Rose cheo brucia come acido nello stomaco, muta, frammentaria di un incubo che la tormenta senza farle vedere la fine. Rose è la “testa calda” tra i fratelli, l’osso duro che non vuole spezzarsi. Indomita e determinata, alla ricerca di un rifugio. Ma come Lorna, anche Rose ad un certo punto si spezza, in modo complicato e diverso. 
  • Matt, l’unico sopravvissuto all’incidente. Confuso, regredito, arrabbiato, i ricordi tornano in lui come luce tra le foglie, veloci e quasi innaffiabili. Matt sta affrontando un mutamento enorme, e come Lorna e Rose si trova spaesato, ferito, spezzato. 
Ci sono anche personaggi secondari importanti che si muovono dentro la vicenda, come Miles, giovane rampollo che lavora nella tenuta per un periodo, Pete Peachy, il cacciatore di canguri che è una certezza a Meredith Downs. 
Avvertiamo in maniera nitida l’angoscia che si incaglia nei personaggi, ognuno a modo loro, e lo struggimento che pare un pozzo infinito dove non si può fare altro che cadere giù. 
Ma poi, ecco un altro strappo alla famiglia, qualcosa di oscuro, indicibile che fa deragliare i rapporti. Qualcosa che pesa come una condanna, che non può essere lavata via. Non funziona nemmeno la formula magica che Rose utilizzava da bambina cancellare qualcosa di brutto: il suo aiv, aiv, aiv che le ha sempre dato conforto ora appare nullo. 
L’autrice è eccezionale e umana nel portarci a fondo di una vicenda ingarbugliata, dove la concezione di Bene e Male mettono paletti troppo rigidi in una storia che non li merita. Giusto o sbagliato qui perdono il loro dovuto peso, si mischiano in modo da non poter essere più riconosciuti, eppure, sopra a tutto svetta il saper rimanere di questa famiglia, per colpa, per espiazione, per condanna, per… amore. 
Siamo così in sintonia con i suoi protagonisti che avvertiamo sulla nostra stessa pelle l’amarezza ingiusta e spietata di ciò che sta accadendo. 
Una vita lontana porta con sé polvere rossa, arsura, fatica, la bellezza del cielo stellato, il profumo inebriante degli eucalipti. Ne sentiamo gli sforzi, le rare risate, le sciagure che si accavallano tra di loro, il furioso desiderio di resilienza che sembra riecheggiare come pianto in una vecchia miniera. 
La penna abile riesce a portarci vicinissimo alle emozioni vivide e tangibili che questa storia regala. L’angoscia che smangiucchia, un terrore che fa tacere e tremare, la colpa che è come acqua scrosciante che appesantisce i vestiti. E in mezzo a tutto, la tenacia di una tenerezza che non sa finire, che sa essere lieve e bella come un accenno timido di speranza, o piena e forte come radici che rimangono ancorate, nonostante tutto. 
C’è un ritmo proprio che ci accompagna nello srotolarsi della vicenda, un disincanto che scoperchia il significato di tutto, spingendoci oltre, con l’ostinazione mista a una disperazione dura, che solca il terreno. 
La seconda parte del romanzo, invece, si apre con uno sbalzo di dieci anni. Siamo nel 66’, la modernità si è infiltrata anche in questa vasta terra rossa e torrida, eppure, molte cose conservano ancora il desiderio di voler restare immutabili, solo per un altro po’. Eppure, l’attività mineraria si sta velocemente espandendo, minacciando la poca stabilità che i MacBride hanno con fatica mantenuto.
Qui ci sono nuovi personaggi di sfondo che movimentano la trama: il ligio sergente Rundle che crea scompiglio dove la polvere si è già posata e dimenticata, la geologa Bonnie Edquist che pare una ventata d’aria fresca anelata a Meredith Downs, l’impicciona Myrtel dell’ufficio postale che porterà alla luce certi pettegolezzi. 
In questa seconda parte, chi spicca, però, è Andy, rivestito di un’innocenza così pura che stringe il cuore del lettore, ad ogni passo. Un bambino sveglio, solitario, gentile ed empatico, sa bene cosa può chiedere a chi gli sta intorno e quali sono invece gli argomenti che rattristano la sua Nana. Eppure, Andy è avido di conoscere la propria strada. 
C’è bellezza negli angoli remoti di questa storia, che in questa seconda parte vengono scoperchiati. Come le cassette di frutta che custodiscono ricordi e segreti di famiglia, alcune delle quali non verranno mai più riempite. La tenerezza di certi dialoghi che è un balsamo per vulnerabilità mai guarite. Lo splendore impossibile del cielo terso, le mani nodose di chi raccoglie le verdure in giardino, le rocce custodite come il più grande dei tesori. E la speranza che ci appare come un bellissimo sogno, come la barca di Monty conservata nella tenuta, che anela il mare. 
Posso davvero meritare la felicità dopo tutto ciò che è accaduto? È la domanda silenziosa che si allunga tra le pagine, cercando un luogo ospitale dove poter mettere radici. Se lo chiede incessantemente Matt, sussurrandolo, sperandolo e poi negandolo. E Andy che porta dentro di sé un peso immane, che ancora non sa bene come scomporre e lo fa con innocenza giovanile che emoziona in modo istantaneo. Si interroga su chi sia, su cosa pensavano di lui i suoi genitori, se è stato amato oppure odiato. Se qualcuno lo stia cercando o sia felice di averlo fatto cadere nel dimenticatoio. 
È una vicenda spinosa e amara che colpisce in modo mirato il lettore, in quanto noi sappiamo cosa è accaduto. Il fulcro di questa seconda parte si intreccia in modo fitto al mistero a lungo taciuto, la colpa che annichilisce perfino i cuori mordaci, l’amarezza che macera tra le pagine, la rabbia graffiate sotto strati quieti… i personaggi sembrano muoversi in una danza, lenti e prudenti e poi sempre più veloci. Vicinissimi ad un baratro che forse non può essere più evitato. 
Nel frattempo, i tempi cambiano e i MacBride si adeguano. C’è un pezzo di vita che passa, ricordi belli e tormenti che si è accettato che non finiranno mai. Promesse mantenute che si impastano ad assoluzioni, rimpianti e amori che si lasciano andare. Il momento di rottura brutale dove qualcosa di taciuto sgorga. 
Partenze che fanno male. Ritorni che sono stati attesi per tutta la vita. E poi, col tempo qualcosa si aggiusta, dandoci emozioni così forte e vaste che è impossibile rimanere lucidi. 
Una storia che intenerisce e taglia, sapendoci dare entrambi i limiti. Ricca di tumulti, drammi e legami che nonostante tutto sanno restare. E andare oltre il bene e il male, semplicemente rimanere nel torrente che è la vita, affrontando i lunghi anni di siccità, quelli della violenza e dei silenzi, e infine la speranza che qui ha il profumo sofferto e resiliente degli alberi di Jemina. 
Una vita lontana racconta di come la vita sia imprevedibile, con una tenacia, nostalgia e desiderio che è impossibile da spiegare. Un  po’ come la linea di confine tagliata dal colore abbacinante e porpora del tramonto. Una storia che va oltre le parole. Indelebile, capace di angustiare e commuovere mentre si affrontano colpe, perdoni, condanne e desideri. Ci ho pianto sopra, parecchio e lo consiglierò a tutti.



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